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Chiara Griziotti. Il montaggio di "Drive Me Home": fotogrammi alla parete e libertà creativa.

Aggiornato il: 18 set 2019

Chiara Griziotti, montatrice di tantissimi film (Perez, Indivisibili, Il Vizio Della Speranza, Dolcissime, Immaturi), ci racconta la sua esperienza sul montaggio di "Drive Me Home".


Chiara Griziotti fotografata da Carola Clavarino

Pur essendo ancora giovanissima hai una grande esperienza. Hai lavorato con tanti registi a film, documentari e serie importanti, come ti sei trovata a lavorare con Simone Catania, in veste sia di regista che di produttore?


La mia esperienza nasce dalla fortuna di aver iniziato molto giovane: a vent’anni ho frequentato per un anno la New York Film Academy e subito dopo sono stata ammessa al corso di montaggio del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. L’incontro con Simone Catania è stato un evento fortunato: Simone è un regista entusiasta e sensibile, ha fatto un lavoro molto maturo nonostante fosse la sua prima esperienza in un un lungometraggio. Il fatto che fosse anche produttore ha aiutato molto la libertà creativa al montaggio.



Drive me home è un film arrembante, un road movie indipendente. Quanto è durata la fase di montaggio che cosa avresti voluto di diverso? Che cosa hai pensato mancasse (se l’hai pensato) dal materiale girato? E cosa ti è costato tanto invece eliminare. La fase di montaggio è durata circa 5 mesi, forse un po’ più della durata solita di un film di finzione, questo perché come dici bene essendo un film arrembante e indipendente credo che Simone abbia dovuto rinunciare a quel tempo necessario per girare alcune scene che avevano bisogno di un respiro in più. Grazie al suo talento e al talento dei suoi attori siamo riusciti a dare al film quei respiri mancanti al montaggio. E con questo non vuol dire dilatare le scene il più possibile, ma spesso tagliarle per escludere tutto quello che era in più, e far vivere nella maniera giusta le scene importanti e trainanti della narrazione.


L’assetto narrativo del film è stato in parte ripensato durante il montaggio, soprattutto per quel che riguarda il primo atto, ce lo vuoi raccontare?


Abbiamo tagliato quasi tutta l’introduzione del personaggio di Vinicio per arrivare nei primi 10minuti di film all’incontro tra i due dopo tanti anni che non si vedevano. C’e’ questo inizio molto suggestivo in Sicilia dove vediamo i due ragazzi da adolescenti e poi c’era questa lunga presentazione su Antonio a Bruxelles, lunga, molto bella di per sé, ma non funzionale al film, al cuore del film che è il rapporto di amicizia tra i due protagonisti. Si aveva la sensazione di arrivare stanchi all’incontro e questo non poteva funzionare in un film di un’ora e mezza.


Normalmente che rapporto hai con le sceneggiature, cerchi di intervenire (ove possibile) anche nelle fasi di scrittura? Pensi che un montatore (che oltre ad essere il primo spettatore è anche il narratore finale) dovrebbe idealmente intervenire sempre nella sceneggiatura? O vedi questi due lavori come completamente separati? No, non sono due lavori separati anzi, si dice che il montaggio è la terza riscrittura del film, in questo film non ho partecipato alla fase di scrittura perché ho letto la sceneggiatura quando già erano in fase avanzata di riprese. Di solito mi capita di essere coinvolta prima, ma solo nei film chiamiamoli “d’autore” come i film di Edoardo De Angelis, come il film opera prima di Elisa Amoruso che sto per fare e nei due film di Francesco Ghiaccio. Diciamo che partecipo e do il mio parere sulla sceneggiatura quando il regista mi coinvolge mesi prima delle riprese. E’ difficile però analizzarla per me perché sono molto piu abituata a ragionare sulla struttura con le immagini e le scene già premontate. Noi al montaggio, oltre all’Avid, abbiamo anche il cartellone con tutti i fotogrammi delle scene appese e da lì creiamo il “puzzle”, ci sono dei giorni in cui si passa a guardare solo il cartellone spostando fotogrammi prima o dopo in base ai nostri ragionamenti.


Il film ha un rapporto fortissimo con la musica. In che modo, generalmente, ti fai ispirare dalla musica quando monti un film?


Sempre. La cosa migliore è montare il film con già i provini del musicista, a volte, quando il budget te lo permette, si scelgono musiche di repertorio e quello io lo trovo uno dei momenti topici del mio lavoro quando una scena si sposa con la musica e si crea la magia. In generale una scena deve funzionare anche senza musica, la musica è a servizio non deve sovrastare.

Drive me Home è un film di amicizia, di viaggio, parla di persone che hanno lasciato la loro terra ma non hanno (ancora) trovato una nuova casa. Anche tu ti sei trasferita giovanissima fuori dalla tua città, che punti di contatto emotivi hai trovato con i personaggi di Marco d’Amore e Vinicio Marchioni? In verità non molti, nel senso che io trovo che entrambi questi personaggi siano andati via da casa per stare meglio e trovare una nuova vita, nel mio caso era per studiare e fare nuove esperienze. Diciamo che ho trovato punti in comune con Simone, anche lui ha fatto esperienze all’estero e ci siamo capiti al volo su tante cose.


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