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Anita Rivaroli e l'impresa dei mille. La regista di "We Are The Thousand" si racconta.


Non sei solo la regista di "We are the thousand", tu hai creato il fenomeno Rockin’1000 con Fabio e gli altri fin dall’inizio: tutto è partito da un video. Ci vuoi raccontare com’è andata? Rockin’1000 nasce da un’idea di Fabio, ma la scintilla s’è accesa quando un manipolo di suoi amici si è convinto ad aiutarlo per realizzarla. Il manipolo era composto da sei persone, e mi prendo lo spazio per citarle, Claudia, Martina, Marta, Cisko, Mariagrazia e la sottoscritta. Ricordo ancora: era il 2014, io avevo realizzato il mio primo cortometraggio da regista ed ero elettrizzata da quell’esperienza nuova, perché ho un percorso di formazione da sceneggiatrice, e la regia non l’avevo messa in conto, allora. Fabio mi aveva incoraggiato durante tutta la fase di realizzazione, mentre lui metteva in piedi una start-up che tracciava i sentieri montani, un’idea assolutamente lungimirante, antecedente all’arrivo di quello che fece poi Google. C’era un clima di interazione creativa molto stimolante, un sacco di idee da provare, una voglia di mettersi in gioco incredibile. Abbiamo iniziato ad immaginare il percorso che avremmo dovuto seguire per realizzare l’impresa dei Mille. Dopodiché, mi è stata affidata la responsabilità della parte audiovisiva: realizzare le riprese della performance e confezionarle in un video da mettere su Youtube, indirizzato ovviamente ai Foo Fighters. Così ho iniziato ad organizzare la mia squadra di lavoro, andando a coinvolgere amici e colleghi disponibili a partecipare ad un’esperienza così particolare, e praticamente senza budget. Tra i professionisti che mi hanno accompagnato in questa avventura non posso non citare Alberto Viavattene con cui condivido la regia di quel primo videoclip fortunato e Pasquale Remia, direttore della fotografia di tutti i miei lavori legati a Rockin’1000. Assieme a loro ho formato una squadra di operatori con una decina di punti macchina. Dovevamo riuscire a catturare l’esibizione di una band composta non da cinque elementi, come è di solito, ma da 1000, mentre “il palco” era grande quanto un campo da calcio.

Hai una forte capacità narrativa anche come sceneggiatrice, hai lavorato a tante serie e progetti di finzione (Skam, Summertime) com’è stato raccontare questa storia “vera” per te? Come ti sei orientata fra l’infinità di materiale e fra le tante angolazioni da cui poteva essere raccontata questa storia incredibile? Prima di iniziare il montaggio mi sono ripercorsa tutto il materiale raccolto in quegli anni (diversi tera) e mi sono fatta un’edizione per orientarmi. Credo di aver intuito quasi subito la struttura del racconto che volevo, mi ero scritta un trattamento orientativo che tracciava la direzione da prendere. Sono una sceneggiatrice e scrivo finzione, quindi, mi riesco a muovere meglio tracciando il sentiero che voglio percorrere, immaginando già dove andrò a finire. Ma poi la prova concreta l’ho fatta solo nei mesi di montaggio con Roberto Di Tanna, il montatore del documentario, con cui ho cercato di dare forma a quello che avevo in mente. È stata una delle fasi più importanti del processo, e con Roberto c’è stato uno scambio straordinario di idee e soluzioni ai problemi che man mano incontravamo. Gli sono molto grata per la pazienza avuta in quei mesi. In sala di montaggio, mi sono resa conto che stava nascendo qualcosa e che da tutto quel materiale eterogeneo che avevo portato a casa poteva uscire un film in grado di trasmettere l’emozione come l’avevamo vissuta dal vivo. Non ho avuti grossi dubbi sull’angolazione dalla quale raccontare questa storia perché l’ho sentita di pancia: non poteva essere la mia, né quella degli organizzatori, l’angolazione giusta era quella dei musicisti che avevano fatto l’impresa. "We are the thousand" racconta una storia collettiva, una commovente e magnifica storia collettiva, ma anche un terreno di esplorazione e affermazione dell’ego personale. Quello di voi ideatori, quello dei Foo Fighters, quello di ogni singolo musicista che ha l’occasione di suonare davanti a centinaia di migliaia di persone, o esser visto da milioni di persone online. Che pensi tu di questa considerazione? Di questo rapporto fra l’inconscio personale e quello collettivo? È un tema sul quale mi sono spesso interrogata. L’intera operazione Rockin’1000 nasce per solleticare l’ego di una delle rock band più famose al mondo, andando a toccare un tasto sensibile che abbiamo tutti, la vanità. Il tributo, tra i tanti, si è distinto per la sua spontaneità: nulla nel 2015 è stato deciso a tavolino e credo che il videoclip di Learn to Fly abbia funzionato così bene proprio perché non è - e non sembra - uno spot pubblicitario, ma è organico, sporco, insomma autentico. Dare l’opportunità a musicisti sconosciuti, spesso con una preparazione tecnica elementare, di suonare negli stadi davanti a migliaia di persone, è un’altra operazione che solletica l’ego, ma avendola vissuta da vicino sento che, almeno nei musicisti che vi partecipano, c’è un bisogno più profondo da soddisfare che è lo stare insieme, suonando e divertendosi. La socialità che s’è instaurata tra di loro mi è parsa decisamente autentica. L’ego nocivo, quello che ci dà la sensazione di conquistare mentre invece distrugge e deprime, è quello che rende ottusi nelle proprie convinzioni e ci impedisce di metterci in discussione. Rockin’1000 è nata e cresciuta grazie a molte persone che con generosità hanno donato talento creativo e tempo. Tra questi mi fa piacere citare Marco Sabiu, il direttore d’orchestra che con brio e forza ha domato i primi mille musicisti. Lui, per dire, è l’inventore del giuramento, quel rituale oggi così sentito tra la comunità dei millini. E poi la squadra dell’audio, Cecco, Vanis&Amek in primis, figure fondamentali per la buona riuscita sonora dell’esperimento.

Rockin’1000 oltre essere la realizzazione di un sogno grande ma tutto sommato circoscritto (far suonare i Foo Fighters a Cesena) ha preso una dimensione abnorme e impensabile agli inizi, mettendo insieme generazioni diverse fra loro e dando nuova vita a raduni “rock” come non se ne vedevano più da 50 anni. Cosa pensi di queste inaspettate conseguenze? Pensi sia un atto nostalgico o l’inizio di qualcosa di nuovo? Rockin’1000 ha funzionato come un’iniezione di endorfina. Ha risvegliato delle passioni sopite, ha fatto tirare fuori gli strumenti dalle loro custodie impolverate e, soprattutto, ha portato molti musicisti fuori dai loro garage o dalle loro camerette permettendogli di esibirsi negli stadi, accolti da un pubblico venuto per loro. Il progetto stimola l’autostima e incoraggia il fare musica insieme, quindi è senz’altro un magnifico tentativo di creare nuove forme di socialità nel tempo iper- tecnologizzato e iper-connesso in cui viviamo. Lavorando molto con gli adolescenti, però, ho constatato a mio malincuore, che la musica rock non viene particolarmente ascoltata dalle nuove generazioni. Non solo: i ragazzi non suonano strumenti musicali, non formano band, come invece facevamo tantissimo fino agli anni ’90/2000. Cos’è cambiato? Sicuramente il modo di fare musica, la tecnologia che sostituisce l’apprendimento lungo e faticoso col gruppo, nuovi modelli ispirazionali. La mia sensazione è che ci stiamo un po’ allontanando dalla pratica del suonare come l’abbiamo conosciuta. Questo ha come conseguenza che sempre più spesso si vive la musica in maniera solitaria, da solisti. Quindi è innegabile che il rock stia vivendo un momento crepuscolare, ma questo non significa che stia morendo. Tornerà in forme nuove e con nuovi protagonisti? Me lo auguro, visto che io ci sono cresciuta con il punk e il rock e faccio fatica ad orientarmi con le sonorità trap.

Quando hai sentito nettamente che era proprio ora di raccontare questa storia, perché non prima né dopo? Come pensi finirà, se finirà, questa incredibile storia di Rockin’1000? Ho deciso che questa storia meritava di diventare un film dopo la mitica giornata al Parco Ippodromo. C’era un concentrato di adrenalina e di euforia quella sera... aver conosciuto mille sconosciuti non mi bastava, decisi che avrei voluto approfondire le loro storie personali per capire cos’era che li aveva smossi dentro. C’era gente che si era fatta 700/800 km in auto per partecipare alla nostra iniziativa: solo per amore dei Foo Fighters? Non poteva essere solo questo. Ero sicura ci fosse dell’altro. Qualcosa di più profondo e personale. Ho lavorato a questo documentario per molto tempo. All’inizio le risorse erano poche, ci si doveva ingegnare. A Cannes, ho conosciuto Giorgio Giampà, un compositore che stimavo moltissimo, e gli ho proposto di fare le musiche del film. Ha accettato entusiasta e mi ha presentato i produttori che mi servivano, quelli che mi hanno permesso di far decollare il film. Ricordo ancora il primo incontro con Simone Catania, Michele Fornasero e Francesca Portalupi. Un viaggio Torino-Cannes in auto, andata e ritorno in giornata: abbiamo parlato del film, delle nostre idee di cinema, di sogni, di cibo e di tante altre cazzate. Quando gli ho spiegato quello che cercavo dalla storia che stavo seguendo, ho avuto la sensazione che mi avessero capito subito. E questo per me è stato fondamentale: aver trovato sintonia artistica. "We are the thousand" era l’unico progetto italiano selezionato al SXSW, prestigiosissimo festival statunitense e palco ideale per il tuo film. Il festival è saltato per il dilagare della pandemia. È un momento durissimo per un altro fenomeno collettivo, quello del cinema, che sempre di più si sta rintanando alle origini dell’invenzione del cinematografo: la visione singola (o al massimo casalinga, familiare). Cosa pensi di tutto quel che sta succedendo, con particolare riferimento al temporaneo tramonto dell’esperienza di visione collettiva? Sono molto preoccupata e allo stesso tempo non mi spiego questa fobia della sala. La socialità, che è un bene imprescindibile, sta continuando comunque in altri spazi come bar, pub, ristoranti. Quelli sono luoghi chiusi dove non si indossa la mascherina, e spesso si è molto più vicini che in sala, quindi non capisco, non dovrebbero preoccupare maggiormente? Io continuo ad andare al cinema e mi sento al sicuro, le sale purtroppo sono quasi vuote e questo fa male, perché l’esperienza di vedere un film sul grande schermo non è paragonabile alla visione domestica. We are the thousand merita di essere visto sul grande schermo e con una qualità audio di alto livello: abbiamo 250 batterie che suonano all’unisono, quell’emozione lì, quella potenza sonora lì, andrebbe vissuta al cinema.


"We are the thousand" è stato selezionato al Festival di Roma e dunque “debutterà nel mondo” proprio nella città in cui vivi, poi uscirà in sala subito dopo con le proiezioni-evento di iWonder in tutta Italia. Che effetto ti fa sapere che dal 22 ottobre il tuo film sarà di tutti, di tutti i millini, del pubblico, consegnato alla “storia” di Rockin’1000? Hai qualche pentimento? Avresti voluto raccontare la storia in modo diverso, aggiungere o togliere qualcosa? Avresti voluto avere più “tempo” o più “spazio”? Sono felicissima della selezione alla Festa del Cinema di Roma, la mia città adottiva. Penso che sia il festival più adatto in cui debuttare perché da sempre pone grande attenzione ai gusti del pubblico, selezionando opere importanti, sia d’autore che pop. L’edizione di quest’anno, nonostante tutte le difficoltà del caso, per me è bellissima, e la musica è protagonista in molti altri film. Saremo al cinema per quattro giorni e faremo un mini tour in alcune città per restare il più possibile a contatto con il pubblico. Non vedo l’ora di sedermi in sala per osservare le reazioni di chi magari non sa nulla di Rockin’1000 oppure dei molti musicisti che si rivedranno. Sarà emozionante, credo.


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