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Giulia Manelli: Guardare il cinema da fuori. Le fotografie di scena di "Drive Me Home".

Aggiornato il: 18 set 2019

Giulia Manelli, fotografa di scena di Drive Me Home, ci racconta il suo rapporto con il cinema, con la scrittura del film, con le immagini e ci parla anche della grande amicizia con Simone Catania.


Giulia Manelli

Conosci Simone Catania da tantissimo tempo, quando hai iniziato a scrivere storie. Avete firmato insieme i primi cortometraggi, "MONday" con Alessandro Gassman, e "Onde Corte" con Maria Grazia Cucinotta. Anche l’idea iniziale di "Drive Me Home" l’avete messa a fuoco insieme. Avete iniziato lavorando alla scrittura. Raccontaci del tuo rapporto con lui, sodalizio che ha portato a fotografare i protagonisti della sua opera d’esordio. Simone l’ho conosciuto quasi vent’anni fa. Subito iniziammo a parlare di cinema. Eravamo appassionati e con la voglia di sperimentare. La cosa che ci stupì è che entrambi avevamo scritto o girato dei cortometraggi legati a giochi sonori. Nella narrazione, tutti e due davamo importanza alle voci, ai silenzi, alle atmosfere sonore più che al resto. Iniziammo a creare insieme e fu bellissimo. E sopratutto diventammo amici.

I cortometraggi che scrivevo vedevano la luce tramite lui. Su Monday ho un aneddoto molto significativo che mi ha fatto capire chi era Simone: avevo scritto questo cortometraggio, lui se ne innamorò e mi disse: “facciamolo!”. Cominciò a mandare la sceneggiatura a decine di case di produzione. Nessuno ci rispose tranne una di Cinecittà con la quale andammo a parlare. Dopo quest’incontro, ci andammo a prendere un caffè in un bar storico di Roma. Gassman era lì. Simone, con naturalezza e un po’ di sana emozione, lo fermò e gli consegnò la sceneggiatura. Lì capii dove sarebbe arrivato, la sua determinazione, il suo avere un obiettivo profondo che non aveva scelto ma che era dentro di lui. Perché tutto quello che fa lui, alla fine riesce. Iniziammo a scrivere “Drive Me Home” con altri due sceneggiatori ma alla fine le nostre strade si separarono perché io fui letteralmente rapita dalla fotografia. E questo divenne il mio mestiere, mentre lui continuò nel suo progetto: realizzare il suo primo film. E così, quando ci riuscì, mi chiamò e mi fece partecipare nel modo più bello in cui potevo: tramite la mia macchina fotografica.

Giulia Manelli, Simone Catania, Michele Fornasero e Marco D'Amore sul set di Drive Me Home.

Hai portato il tuo talento a concentrarsi sulla fotografia fissa, su quest’arte mimetica, poetica, visionaria di cui potremmo parlare anni. Cosa ti manca del cinema, della scrittura, della “fotografia in movimento” e cosa porti con te del tuo percorso precedente?


Il cinema è il mio primo grande amore. E lo rimarrà per sempre. Ogni volta che mi rifugio nelle sale cinematografiche, respiro e mi immergo in mondi lontanissimi. Per me ha una funzione salvifica. Quando ero iscritta all’Università in Arti e Scienze dello spettacolo e scrivevo sceneggiature, iniziai un corso di fotografia per studiare i personaggi su cui avrei scritto le storie. Sfruttavo la fotografia per secondi fini. E invece lei mi ha presa, fino a portarmi via, senza repliche o spiegazioni. Mi sono resa conto che avevo l’esigenza di sintesi immediate, di contatto diretto con le cose, le persone, le atmosfere. Per me fotografare è andare fuori, scoprire la vita mentre scrivere per il cinema è viversi dentro.

In realtà con il tempo ho scoperto che tutto si mescola, vive e si contamina, e che gli stati interiori possono essere un tutt’uno con l’apertura al mondo. Quindi oggi, in realtà, non mi manca nulla!


Marco D'Amore fotografato da Giulia Manelli

Come fotografa di scena qual è l’iter del tuo lavoro? Leggi la sceneggiatura, conosci i personaggi, arrivi sul set con un’idea di quel che dovrai “portare a casa”, ne parli prima con il regista? Leggo la sceneggiatura, mi appunto le scene più importanti e quelle che possono avere un impatto forte al livello visivo e di significato. Ne parlo con il regista che, a sua volta, mi segnala le sue scene “forti”. Una volta sul set, mi lascio guidare dalla storia, dal mio istinto, dalla magia di quel mondo finto dal quale possono nascere emozioni vere.


Drive Me Home è un film produttivamente avventuroso, un on the road girato per l’Europa, con tantissimi spostamenti. E’ stato necessario un affiatamento assoluto fra il cast tecnico, quello artistico, quello produttivo. Tu come ti sei inserita in questo micromondo, come fai entrare in contatto con chi poi dovrai fotografare?


Oltre Simone con molti di loro, come il grande direttore della fotografia Paolo Ferrari, mi conoscevo da anni e avevo già lavorato insieme, quindi l’affiatamento era rodato.

La sorpresa è arrivata da Vinicio e Marco con i quali sono entrata in sintonia senza bisogno di fare nulla. Sono due persone profonde, umili e amano quello che fanno. Sopratutto non creano distanza ma vicinanza. Quindi fotografarli è stato semplice. E bellissimo. Io poi adoro gli offset perché sono il mio occhio e perché sopratutto rivelano il trucco.


Paolo Ferrari, Vinicio Marchioni e Simone Catania sul set

Anche tu, come Simone e come tantissimi altri, hai un rapporto con la Sicilia come terra d’origine, con la ricerca e la perdita di “casa”. Ora vivi e lavori a Milano, per tantissimi anni sei stata a Roma. Che rapporto hai tu con questo argomento, cosa pensi che sia la “casa”? La casa è dove ami, quindi sono tanti posti. La Sicilia è una casa eterna perché è il ventre materno, l’acqua, le origini. È stata Roma perché li sono diventata una persona.

Ed ora è la Milano perché è qui che sto costruendo il mio presente. Cambia, come noi.


Sopri le fotografie di Giulia a questo indirizzo: https://www.flickr.com/photos/184087871@N08/

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