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Paolo Ferrari Cinematographer. L'emozione sotterranea e la memoria biologica in "Drive Me Home".

Aggiornamento: gen 4


Paolo Ferrari

Sei un direttore della fotografia di immensa esperienza, e hai un rapporto di amicizia sia con i produttori Marco Simon Puccioni e Giampietro Preziosa, sia con Simone Catania (produttore e regista del film). Quanto conta il rapporto personale in avventure produttive “estreme” e “on the road” come Drive Me Home ?


Con Marco Simon Puccioni abbiamo realizzato nel 1999 Quello che cerchi, il primo film con tecniche di ripresa digitali. In quell’epoca da pionieri una vera scommessa tecnologica e di linguaggio. Con Simone Catania ci siamo conosciuti con Onde Corte un cortometraggio prodotto da Maria Grazia Cucinotta. Uno dei suoi primi lavori come regista, tra l’altro girato in pellicola 35mm nella sua assolata Sicilia. Simone è divenuto poi anche un grande produttore di cinema del reale (“documentario” come si diceva un tempo). Con lui ho vissuto due bellissime esperienze di vita: Smokings di Michele Fornasero e Happy Winter di Giovanni Totaro. Due film della realtà dove la finzione si mescola e si confonde nelle storie dei protagonisti reali. Questa attenzione alla realtà è il comune denominatore che lega film così distanti nel tempo. Quello che cerchi e Drive Me Home rappresentano nel mio percorso di cinematographer due momenti importanti di riflessione sul linguaggio della luce. Sia Marco S. Puccioni che Simone Catania mi hanno lasciato un grande spazio nella progettazione visiva del racconto. Mi hanno permesso di avere una voce dentro la fase di scrittura. Questa fiducia reciproca e l’affetto che ci lega ci ha regalato una grande libertà espressiva e una complicità aderente a ciascun progetto.


Paolo Ferrari e Vinicio Marchioni sul set

Il film ha momenti di forte luminosità e momenti bui, sia dal punto di vista emotivo che fotografico, e avete girato moltissimo di notte, come hai pensato il taglio della luce, la pasta del film, come ti sei preparato a questo lavoro? Che macchine e che ottiche avete usato?


Quando Simone ed io abbiamo iniziato ad immaginare il film, abbiamo subito scelto la strada del Cinema della Realtà. Eravamo convinti che questo era un film da girare con camera a mano. Non solo come stile ma anche forma di libertà. Non volevamo entrare nello schema campo controcampo e totale. Il nostro desiderio era quello di far camminare gli attori sulla strada della loro stessa storia. Volevamo che fossero liberi di muoversi sul set senza schemi precostituiti, senza limiti di movimento o costrizioni tecniche di ripresa o di luce. La macchina da presa doveva pedinare la loro libertà, seguire gli attori come se fossero personaggi di un documentario. L’Operatore avrebbe potuto sorprendersi per quello che accadeva: iniziata la scena tutto poteva succedere, come davanti ad un momento reale di un documentario. Su queste priorità della rappresentazione ho iniziato a costruire tutto l’apparato tecnologico che avrebbe potuto permetterci questa libertà. Per prima cosa abbiamo testato varie macchine da presa e diverse serie di obiettivi. La C300 MARK II si è rivelata essere la cinepresa digitale che corrispondeva alle nostre esigenze di libertà e semplicità tecnologica. In particolare il set up di registrazione ci permetteva di girare in 2k con 12 bit di profondità colore : una caratteristica importante per poi lavorare in post-produzione con più sfumature colore possibili. Inoltre La Canon ci permetteva di girare a 5000 ISO senza grana , offrendomi la libertà di catturare la luce naturale con grande semplicità ed efficacia. Tutte queste caratteristiche tecniche erano nella direzione che volevamo imprimere al film : un Immagine Reale.

Abbiamo quindi deciso che avremmo girato sistematicamente con due C300 MARK II , entrambe accessoriate per la camera a mano. Oltre a me ci sarebbe quindi stato un secondo operatore, Nunzio Gringeri, un mio ex allievo del CSC di Palermo che già era stato con noi su Happy Winter.



Ora restava da decidere il Parco Luci. C’erano diversi limiti che volevo imporre al film. Non volevo il gruppo elettrogeno, i cavi elettrici, non volevo apparati illuminanti pesanti da collocare. Il film necessitava di una profonda semplicità tecnica. Stavo cercando di essere libero di spostare le luci anche all’ultimo momento prima del ciak, magari seguendo la luce naturale del giorno o quella diegetica della notte. Nell’esperienza di Quello che cerchi con Marco S. Puccioni avevo costruito nuove luci per il cinema. All’epoca mi ero ispirato ad una idea di Renato Tafuri in Oggetti Smarriti di Giuseppe Bertolucci e ho costruito con il mio capo elettricista Fabio dell’Orco (lo stesso di Drive Me Home) le luci per le scene notturne, comprando le lampade stradali ai vapori di sodio in modo che la luce dei lampioni nella notte fosse bilanciata con le luci fuori scena. Anche in quel caso l’effetto era di estremo realismo della luce. In Drive Me Home ho alzato il rischio. Da diversi anni avevo utilizzato le LUCI al LED molto performanti e di facile allestimento. Con l’aiuto di Giampietro Preziosa abbiamo fatto un accordo produttivo con la LUPOLIGTH di Torino, in modo che tutte le tipologie di luce al LED del loro catalogo divenissero il nostro parco luci. Tutte le luci che avremmo utilizzato sarebbero state a batteria, con un consumo assolutamente ecosostenibile. Tutto questo lungo lavoro di preparazione era già di per sé una scelta fotografica molto precisa.

Luce e ombra , realtà e finzione , documento e rappresentazione, tutti elementi paradigmatici di Drive Me Home. Tutti elementi che concorrono a creare quelle emozioni sotterranee alle scene, che si imprimono in modo subliminale nella memoria biologica dello spettatore.


Ecco un esempio concreto che ben descrive la parte solare del film. In Belgio abbiamo girato nel vero posto ristoro dei camionisti in sosta. Quella scena era molto importante da un punto di vista emotivo. Era il primo risveglio dei protagonisti dopo il loro incontro avvenuto la sera prima. Da sempre me l’ero immaginata con la luce del mattino presto quando il sole è appena sorto e accarezza dolcemente il volto. Abbiamo deciso di girare nel posto ristoro quella stessa mattina come si farebbe in un documentario. Siamo entrati e abbiamo cominciato a preparare la scena al bancone. Erano già le 11, la scena doveva essere al mattino presto, quindi era per me necessario aggiungere la luce calda del sole del mattino. Dovevamo muoverci con discrezione e rispetto: tutte le persone che lo popolavano a quell’ora non erano comparse. Le luci al LED a batteria e senza cavi elettrici potevano essere montate e direzionate con molta semplicità e senza inquinare la reale atmosfera del posto ristoro . Un'atmosfera che percepiamo fortemente anche nella scena montata del film. Ecco cosa significa rispettare la realtà.


Drive Me Home è fatto anche di buio, di notte, di ombra. Durante i sopralluoghi in trentino nella campagna che circonda la casa rurale dei wwoofers abbiamo cercato dove girare la passeggiata nella notte con Vinicio Marchioni e Jennifer Ulri