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Roberto Di Tanna: We Are The Thousand e il giovane cinema italiano.


Aronadio, Chiarini, Lodovichi, Scaringi, Phaim Bhuiyan, Orecchie, Short Skin, Aquadro, l’Armadillo, il premiatissimo Bangla, e ora We Are The Thousand di Anita Rivaroli. Hai accompagnato ed accompagni alcuni dei migliori registi di questa generazione attraverso le loro opere prime, seconde, terze, che rapporto hai con loro? E con il giovane cinema italiano in generale?


Con alcuni di loro siamo cinematograficamente nati e cresciuti insieme, con altri siamo diventati con gli anni molto amici. Ognuno di loro ha un suo stile registico ben preciso, tutti diversi tra loro e di conseguenza con un rapporto con il montaggio che cambia ogni volta. In moviola costruiamo e distruggiamo, riscriviamo e cancelliamo, è un percorso di scambio continuo, di fiducia reciproca e di crescita umana e professionale. Ci divertiamo sempre tanto, penso che questo sia molto importante. Il cinema italiano, da qualche anno, sta vivendo un momento felicissimo, c’è molta voglia di fare e la qualità di alcuni prodotti è veramente impressionante, ma penso sia fondamentale non perdere mai di vista il nostro obiettivo principale: emozionare il pubblico.


Con We Are The Thousand sei tornato al documentario, che è stato il tuo terreno di esplorazione iniziale. Come vi siete orientati – tu ed Anita – nell’immenso mare magnum di materiale che avevate, nell’infinità di possibili punti di vista, lunghezze, angolazioni, formati?


Subito prima di iniziare a montare We Are The Thousand avevo chiuso un altro documentario molto complesso che era stato girato con 2 videocamere (a volte 3) per 3 mesi per circa 8 ore al giorno di riprese. Avevamo quasi duemila ore di girato. Non mi ha mai spaventato avere tanto materiale, piuttosto il contrario, avere poca scelta è molto più vincolante, se si ha il tempo di assorbire il girato, il prodotto finale sarà sicuramente migliore. Con Anita non ho mai fatto il conto delle ore di ripresa, ma penso che non fossimo tanto lontani da quelle cifre. Insieme a lei e alla mia assistente Ilenia Galasso abbiamo iniziato indicizzando le interviste dei mille e la lunga intervista di Fabio Zaffagnini che faceva da filo narrativo e da lì abbiamo costruito insieme il film.


We Are The Thousand è una straordinaria, commovente, entusiasmante storia collettiva. Avete raccontato e in un modo emozionante e completo, la storia di moltissime persone. Sentivate una responsabilità addosso mentre operavate delle scelte, per ritmo o equilibrio della narrazione, rispetto a queste tantissime persone che sono – in un modo o nell’altro - tutti protagonisti del film? Ci sono cose che avreste o che avrebbero voluto diverse?


Abbiamo presentato i personaggi e piano piano li abbiamo approfonditi, il loro lavoro, il loro rapporto con la musica, la loro storia, ognuno di loro nel doc ha un arco narrativo ben preciso. Più andavamo avanti nel montaggio e più ci rendevamo conto che i mille erano il motore trainante del film. Bastava vedere i loro provini in forma di auto-racconto per capire che stavamo parlando un linguaggio universale. Molte scelte sono state durissime da prendere, ricordo che c’era una sotto-storia a cui tenevamo parecchio che poi, per motivi di ritmo, non è più nel film e che è stata in bilico fino alla fine: un ragazzo voleva partecipare alla registrazione di Learn to Fly e la sua fidanzata voleva accompagnarlo e quindi gli chiede di insegnarle a suonare il basso per l’occasione, i due vanno a Cesena, registrano il video per i Foo Fighters, lei finisce nel videoclip con milioni di visualizzazioni e lui no…





Per il montaggio avete anche ricevuto il supporto e la collaborazione di un grande montatore, Thomas Krag, fra gli altri stretto collaboratore di Lars Von Trier. Che cambiamenti ha portato la sua presenza?


Il montaggio è durato circa 3 mesi. Poi abbiamo preso una lunga pausa e dopo qualche tempo abbiamo chiuso la prima versione lasciando aperte le lavorazioni sul suono, la color correction e la grafica. Dopo parecchi mesi Anita mi ha chiesto se potevo occuparmi di alcune nuove aggiunte e tagli ma io sfortunatamente ero su un altro progetto e quindi è subentrato Thomas Krag. Non ci siamo proprio mai sentiti, tramite Anita ho visto le modifiche, ne abbiamo parlato, abbiamo chiuso la scena e siamo andati al mix.

Avendolo vissuto così intensamente, così a lungo tempo e così da vicino, come pensi che potrà evolvere ancora questa straordinaria storia di Rockin’1000? Potrebbe essere questo il primo di una lunga serie di documentari o ricostruzioni di questa storia? Come te lo immagini il futuro di questo progetto, che – come si dice con la parola “entusiasmante” – sembra ispirato dall’afflato degli Dèi?


All’inizio c’era l’idea di fare un documentario che finisse con il concerto di Cesena dei Foo Fighters e di farne un altro che fosse solo il concerto dei mille allo stadio. Quando abbiamo visto come iniziava il concerto allo stadio, con il countdown, i mille che entrano con cornamuse e violini, il giuramento di Sabiu, e la potenza delle 250 batterie di Bittersweet Simphony dei Verve non abbiamo avuto dubbi su come doveva chiudersi il film. Era una nuova nascita, la prima band al mondo composta da 1000 persone era una realtà. È una storia che in sé ne contiene altre mille, quindi sì, immagino e auguro un futuro incredibile a questi ragazzi, pieno di potenziali spin off.



Stiamo vivendo un’epoca straziante e difficilissima, e il film è stato fortunato e sfortunatissimo insieme, selezionato in alcuni dei festival più prestigiosi del mondo, a partire dal SXSW, HOT DOCS, IDFA, poi Alice nella Città al Festival di Roma, ha vissuto un anno travagliatissimo. Alcuni festival sono saltati, altri sono stati messi in piedi in modalità contingentata. Il film è uscito in sala, e il giorno dopo le sale sono state nuovamente chiuse. Ora sta vivendo la sua stagione online, ma sembra sempre avere una forza e un entusiasmo che supera qualsiasi difficoltà. I numeri dell’online sono straordinari rispetto alla media. Perché pensi che la gente ami così tanto questo film?


Come dicevo prima, questo film parla con il linguaggio universale della musica, che tocca volente o nolente ognuno di noi e la storia personale di Fabio è una favola a lieto fine che però parte dal basso e rimane con i piedi ben saldi a terra. We Are The Thousand è una miscela esplosiva di sincerità ed emozione con personaggi incredibili in cui è difficilissimo non identificarsi, raccontata in modo divertente ed emozionante. Forse per questo? :) A proposito di "online", in un’epoca così (anche forzatamente) nuova ed esplosiva per questa modalità di fruizione, pensi che un film del genere raggiunga il suo pieno obiettivo quando viene visto in sala da molte persone insieme o quando verrà visto su una piattaforma (come Netflix, Amazon, Hulu) raggiungendo potenzialmente milioni di persone?


Penso che le piattaforme o la TV in generale abbiano il merito di poter raggiungere contemporaneamente milioni di persone nel mondo, che sia molto comodo stare a casa sul divano con il telecomando in mano, che si possa fermare e riprendere la visione in qualsiasi momento si voglia, che si possa continuare la riproduzione su un qualsiasi dispositivo a qualsiasi ora del giorno e della notte, in metropolitana magari, o per strada, con le cuffiette… ma la sala è un’altra cosa.



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